Intelligenza artificiale

Capire l’intelligenza artificiale sbucciando la cipolla

Capire l’intelligenza artificiale sbucciando la cipolla 1920 1080 Antonio Ruoto

Per capire l’intelligenza artificiale bisogna sbucciare la cipolla. È questa la metafora più efficace per raccontare una delle tecnologie che maggiormente sta trasformando la nostra epoca.

Negli ultimi decenni, le conquiste più spettacolari dell’IA si basano su algoritmi di machine learning e, in particolare, sul deep learning. Tecniche potenti, certo, ma che non esauriscono il campo. Il problema è che nel discorso pubblico – dai talk show alla politica – si tende a ridurre tutto a un’unica dimensione: l’IA generativa. Quella che scrive, disegna o compone in nostra vece.

Eppure, fin dalle origini, l’IA è stata pensata come qualcosa di più ampio. Nel 1955, McCarthy, Minsky, Rochester e Shannon – i “padri fondatori” della disciplina – scrivevano che il compito dell’IA è far sì che una macchina agisca in modi che considereremmo intelligenti se compiuti da un essere umano. Non una definizione rigida, ma un orizzonte di ricerca. È questa la radice comune, il cuore della cipolla.
Guardando alla superficie, oggi l’IA ha il volto di ChatGPT o dei generatori di immagini. Sono lo strato esterno, quello che cattura l’attenzione di utenti e media. Ma appena sotto si trovano i metodi matematici e statistici che rendono possibile l’apprendimento automatico. Ancora più in profondità, vivono i paradigmi teorici, le dispute filosofiche e i tentativi di definire cosa sia davvero “intelligenza”. Ogni strato svela un pezzo della storia, senza mai esaurire il mistero.

La verità è che la frontiera di ciò che chiamiamo IA è mobile. Negli anni ’90 aveva le sembianze di Deep Blue, il computer che sconfisse Kasparov; oggi è incarnata da ChatGPT; domani chissà. La cipolla cresce, e con essa crescono le domande: fino a che punto queste macchine potranno affiancarci, sostituirci o trasformare il nostro modo di pensare?

Sbucciare l’IA, insomma, non è solo un esercizio di comprensione tecnologica. È un invito a guardare oltre l’hype e i luoghi comuni, per riconoscere che dietro ogni strato c’è un intreccio di matematica, filosofia e immaginazione. E che più andiamo a fondo, più ci rendiamo conto che la vera intelligenza artificiale non è mai un punto di arrivo, ma un percorso in continua evoluzione.

Essere artificiali, un libro sul riscatto possibile del giornalismo ai tempi dell’IA

Essere artificiali, un libro sul riscatto possibile del giornalismo ai tempi dell’IA 1280 960 Antonio Ruoto

Tutti ne parlano, in pochi la conoscono veramente. Da quando è entrata nelle nostre vite, l’intelligenza artificiale si è imposta con una notevole perentorietà, che però dà solo una vaga idea di quanto sia destinata a diventare centrale nelle nostre vite. A chiarirne il senso, le caratteristiche e soprattutto le implicazioni potenziali è ora “Essere artificiali – Ridefinire il giornalismo nell’era dell’IA” (Llibreriauniversitaria, pagg. 142, euro 13,90). Si tratta di un libro a dir poco necessario scritto da due esperti di nuove tecnologie, Mario Mosca, giornalista e communication strategist, docente con Titti Marrone alla cattedra di Storia e tecniche del giornalismo dell’università Suor Orsola Benincasa, e Antonio Ruoto, communication designer e visual storyteller, anche lui docente al Suor Orsola (di Data visualization e Digitalizzazione e cambiamento organizzativo). Con metodologia analitica acuta e linguaggio divulgativo limpidissimo, destinato ben più che a studenti o addetti ai lavori, il libro è un viaggio appassionante nei meandri dei cambiamenti comunicativi – ma anche conoscitivi, antropologici, etici – che l’intelligenza artificiale sta producendo nel giornalismo, e non solo. I toni non sono, per dirla con Umberto Eco, né da apocalittici né da integrati o acritici ammiratori del “nuovo”, ma volti soprattutto a svolgere un’indagine sulla qualità dell’informazione generata dall’IA, perché sia utile supporto e non macchina di dispotico dominio capace di espungere l’umano.

Con i due autori, introdotti dal rettore dell’Unisob Lucio D’Alessandro e davanti a un’affollata platea di studenti appassionati, ne hanno discusso martedì all’università Suor Orsola Benincasa Davide Borrelli, presidente del corso di laurea in Scienza della Comunicazione, Eugenio Iorio, docente di Social media analysis (Unisob) e autore della prefazione, Francesco Cancellato, direttore responsabile del giornale online Fanpage, coordinati da Titti Marrone.Molto interesse hanno riscontrato due sezioni particolarmente originali del libro. La prima è quella che analizza i diversi modelli generativi di IA, come Chatgpt, Deepsek, Grok, Meta AI e altri, stilandone una sorta di classifica in termini di aderenza ai valori giornalistici più importanti: affidabilità, completezza, trasparenza delle fonti eccetera. La seconda procede con alcuni esempi pratici, prendendo in esame i profili di dieci personaggi pubblici – da Vladimir Putin a Papa Benedetto XVI a Beyoncé a Trump – e valutando le narrazioni fornite in base agli output generati da diversi modelli di IA.

Ma poi, in una conclusione che non può che essere provvisoria vista la velocità delle trasformazioni in atto, il nodo da sciogliere è emerso nel quesito posto da Cancellato: poiché non è all’oggi che dobbiamo guardare, quale sarà il futuro del giornalismo, già di suo in crisi prima della IA? E la risposta degli autori Mosca e Ruoto, alla fine del libro: “Proprio in questa crisi il giornalismo può trovare il suo riscatto. L’infosfera, con la sua vertiginosa abbondanza, non è che un mare di dati senza bussola. In assenza di intermediazione consapevole, la verità si dissolve in una nuvola di verosimiglianze. Il giornalismo, allora, non è solo chiamato a sopravvivere ma a risorgere come presidio critico, come soglia tra la realtà e la sua deformazione algoritmica”.

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